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GENEROSA AVARIZIA

Grandet prese una grossa pagnotta rotonda, ben infarinata, modellata in una di quelle ceste piatte che nell’Angiò si usano per panificare e stava per tagliarla, quando Nanòn gli disse: “Oggi siamo i cinque signore.” “È vero” rispose Grandet “ma la pagnotta pesa sei libbre, ne avanzerà. Del resto, i giovanotti di Parigi, lo vedrai, non mangiano pane.” “E che,” disse Nanòn “mangiano solo il lecchetto?” Il lecchetto, parola del lessico popolare, indica ciò che si accompagna al pane, da burro spalmato, lecchetto volgare, fino alle marmellate di pesca duracina, il più raffinato dei lecchetti; e tutti coloro che da bambini hanno leccato il lecchetto  e lasciato il pane capiranno tutto il significato della parola. […]

“Bisogna che vada dal macellaio.” “Non ce n’è bisogno; fai brodo di gallina, te la daranno i fittavoli. Dirò a Cornoiller di uccidere dei corvi. È una selvaggina, quella, che fa il miglior brodo del mondo.” “É vero, signore, che i corvi mangiano i morti?” “Sei una stupida, Nanòn! Mangiano, come tutti, quello che trovano. Forse che anche noi non viviamo di morti? Che altro sono le eredità?” […]

Dopo aver trafficato per due ore, durante le quali Eugenie interruppe venti volte il lavoro per andare a veder bollire il caffè, per andare a sentire se il cugino si stesse alzando, ella riuscì a preparare una colazione molto semplice, poco costosa, ma che si scostava di gran lunga dalle abitudini inveterate della casa. La colazione di mezzogiorno veniva consumata in piedi. Ognuno prendeva un pezzo di pane, un frutto o un po’ di burro, e un bicchiere di vino. Guardando la tavola sistemata accanto al fuoco, la poltrona accanto al coperto del cugino, guardando i due vassoi di frutta, il porta-uovo, la bottiglia di vino bianco, il pane, le zollette di zucchero ammucchiate in un piattino, Eugenie fu scossa da un tremito allorché le venne fatto di pensare, e solo allora, alle occhiatacce che le avrebbe lanciato il padre se fosse rientrato in quel momento. Non faceva quindi che guardare la pendola per calcolare se il cugino sarebbe riuscito a fare colazione prima del ritorno del brav’uomo. […] Charles alla fine scese. […] “Dovete aver fame, cugino mio,” disse Eugenie; “ mettetevi a tavola” “Non faccio mai colazione prima di mezzogiorno, cioè quando mi alzo. Tuttavia, il viaggio è così cattivo che farò uno strappo alla regola. Del resto…” Tirò fuori dal taschino il più delizioso orologio piatto che Bréguet avesse mai fabbricato. “Toh, ma sono le undici, sono stato mattiniero.” “Mattiniero?” disse Mme Grandet. “Si, il fatto è che volevo sistemare le mie cose. E va bene, mangerò volentieri qualcosa, un nonnulla, un pollo, una pernice.” “Santa vergine!” esclamò Nanon udendo quelle parole. “Una pernice,” ripeteva tra sé Eugenie che sarebbe stata disposta a pagare una pernice con tutto il suo peculio. […] “Ecco mio caro signore,” disse Nanon portando le uova, “le daremo dei polli alla coque.” “Oh! Uova fresche,” disse Charles, che, come tutte le persone abituate al lusso, non pensava già più alla sua pernice. “Ma è una delizia! Non avreste per caso del burro, ragazza mia!” “Ah! Del burro! Allora rinunciate alla focaccia?” disse la domestica. “Insomma, Nanon, porta il burro!” esclamò Eugenie.

 
Eugenie Grandet - Honorè de Balzac

 

Pubblicato il 6/11/2006 alle 18.45 nella rubrica Diario.

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