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Schegge di una realtà possibile...


 

Diario |
 
Diario
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30 dicembre 2009

La relatività della mucca

Subito all'inizio della genesi è scritto che Dio creò l'uomo per affidargli il dominio sugli uccelli, i pesci e gli animali. Naturalmente la Genesi è stata redatta da un uomo, non da un  cavallo. Non esiste alcunea certezza che Dio abbia affidato davvero all'uomo il dominio sulle altre creature. E' invece più probabile che l'uomo si sia inventato Dio per santificare il dominio che egli ha usurpato sulla mucca e sul cavallo. Sì, il diritto si uccidere un cervo o una mucca è l'unica cosa sulla quale l'intera umanità sia fraternamente concorde, anche nel corso delle guerre più sanguinose. Questo diritto ci appare evidente perchè in cima alla gerarchia troviamo noi stessi. Ma basterebbe che nel gioco entrasse una terza persona, ad esempio un visitatore da un altro pianeta, il cui Dio abbia detto "Regnerai sulle creature di tutte le altre stelle!" e tutta l'evidenza della Genesi diventerebbe di colpo problematica. Un uomo attaccato a un carro da un marziano, o magari fatto arrosto da un abitante della Via Lattea, si ricorderà forse della cotoletta che era solito tagliare nel suo piatto e chiederà scusa (in ritardo) alla mucca. [...] L'umanità sfrutta le mucche come il verme solitario sfrutta l'uomo: si è attaccata alle loro mammelle come una sanguisuga. L'uomo è un parassita della mucca; questa è probabilmente la definizione che un non-uomo darebbe dell'uomo nella sua zoologia.

L'insostenibile leggerezza dell'essere - Milan Kundera

Meditate gente, meditate...

buon anno da Marla (nonostante tutto carnivora) 

 

 

 




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12 settembre 2009

Come Filemone e Bauci

A un certo punto mi ha preso la mano sotto il tavolo e ha detto che ero la donna più bella che avesse mai visto, e che una volta aveva osato sperare che saremmo morti insieme a novant'anni, come Filemone e Bauci, e che uno Zeus misericordioso ci avrebbe trasformati in alberi, come i rami che d'inverno si tengono caldo a vicenda, e le foglie che in primavera si intrecciano...

La versione di Barney... dell'amore!!! - Mordecai Richler






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28 marzo 2009

Io

"Io sono quel bambino con la faccia rotonda e sporca,
che in ogni angolo ti infastidisce con il suo "mi dai una monetina?"
Io sono quel bambino con la faccia rotonda e sporca, certamente non voluto,
che da lontano contempla gli autobus, in cui gli altri bambini ridono forte
e fanno salti molto grandi.
Io sono quel bambino antipatico con la faccia sporca che ti guarda sotto gli enormi lampioni illuminati,o sotto le puttane anch’esse illuminate.
O davanti alle fanciulle che sembrano lievitare.
Io sono quel bambino antipatico con la faccia sporca che proietta l’insulto della sua faccia sporca.
Io sono quell’antipatico bambino di sempre arrabbiato e solo,
e ti lascia l’insulto di quell’arrabbiato bambino di sempre e ti avverte:
se ipocritamente mi accarezzi sulla testa io colgo l’occasione di rubarti il portafoglio.
Io sono il bambino con la faccia sporca davanti al panorama di terrore imminente,
lebbra imminente, pulci imminenti, di offese e crimini imminenti.
Io sono quel bambino dispettoso che improvvisa un letto con un vecchio scatolone
e che aspetta, certo che verrai con me”.

Reinaldo Arenas

a tutti i bambini dall'infanzia negata




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24 dicembre 2008

Il mio Natale

Nessun uomo seguì mai il suo genio tanto da esserne sviato. Sebbene il risultato fosse debolezza fisica, tuttavia nessuno può dire che le conseguenze fossero da rimpiangersi, poichè queste erano una vita condotta secondo principi più alti. Se il giorno e la notte sono tali che voi li salutate con gioia, e la vita umana una fragranza come fiori ed erbe molto profumate, il vostro successo sarà più agile, colmo di stelle e immortale. Tutta la natura si congratula con voi e, momentaneamente, voi avete occasione di benedirvi. I guadagni e i valori più grandi sono ben lungi dall'essere apprezzati. Facilmente giungiamo a dubitare che essi esistano. Presto li dimentichiamo. Essi sono la realtà più alta. [...] Il vero raccolto della mia vita quotidiana è qualcosa di altrettanto intangibile e indescrivibile dei colori del mattino e della sera. E' un po' di polvere di stelle afferrata - un segmento di arcobaleno che abbiamo preso con una mano.


 Walden ovvero vita nei boschi -
Henry David Thoreau

Un sincero augurio di un consapevole Natale!... con un grazie speciale a chi nel viaggio mi tiene per mano 




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28 novembre 2008

Sam II - Il vendicatore

Ma hai notato quella piccola piega delle labbra di Sam II quando ti guarda? Significa che, primo, non voleva che tu lo chiamassi Sam II e, secondo, che nella tasca sinistra ha una lupara e nella destra un uncino da scaricatore ed è pronto ad ucciderti con una delle due armi, non appena l’occasione si presenta. Il padre è colto di sorpresa. Di solito quando si trova in questa situazione dice “Ma come, io ti ho cambiato i pannolini, piccolo moccioso”. Non è la frase giusta in questa situazione. Primo, non è vera (nove pannolini su dieci vengono cambiati dalle madri) e, secondo, ricorda istantaneamente a Sam II la cosa che lo fa impazzire di rabbia. È pazzo di rabbia per il fatto che era piccolo quando tu eri grande, ma no, le cose non stanno esattamente così, è pazzo di rabbia perché era impotente quando tu eri potente, ma no, nemmeno questo, è pazzo di rabbia perché era contingente quando tu, padre, eri necessario, ma nient’affatto, è furioso perché quando ti voleva bene tu non te ne accorgevi.

Il padre morto – Donald Barthelme

Com’ero ieri…




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11 settembre 2008

Il potere del deserto

Il deserto è l'ambiente della rivelazione, geneticamente e fisiologicamente alieno, sensorialmente austero, esteticamente astratto, storicamente nemico. [...] Le sue forme sono audaci e suggestive. La mente è sopraffatta da luce e spazio, dalla novità cinestetica dell'aridità, delle alte temperature e del vento. Il cielo del deserto è avvolgente, maestoso e terribile. In altri habitat la linea sopra l'orizzonte è interrotta od oscurata; qui insieme alla porzione superiore, è infinitamente più vasta di quella dell'ondulata campagna e delle foreste. [...] In un cielo non ostruito le nuvole sembrano più imponenti e a volte nel loro fondo concavo, riflettono con magnificienza la curvatura della terra. L'angolosità delle forme del deserto conferisce sia alle nuvole sia alla terra un'architettura monumentale [...] Nel deserto si recano profeti ed eremiti; viandanti ed esuli lo attraversano. I leader delle grandi religioni vi hanno cercato i valori spirituali e terapeutici del ritiro, non per sfuggire ma per trovare la realtà.

Paul Shepard - Man in the landscape: A historic view of the esthetics of nature

a tutti coloro in cerca del deserto... o della realtà




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15 aprile 2008

L'Italia dell'Ambarabaciccicoccò

E mentre tu continui ad invecchiare
coi giovani di oggi che non riesci più a capire
che se ne fregano perfino del tuo impegno sindacale
e cantano "Dio salvi la regina, fascista e borghese"
E mentre tu continui ad invecchiare
tua figlia sta con quell'idiota che non puoi vedere
lei dice che sei prevenuto che non vuoi capire
e forse avrà ragione lei, chi l'ho potrà mai dire
Ma intanto tu continui ad invecchiare
sempre convinto che gli anni migliori debbano ancora venire
e che le leggi sopra il concordato si possono abrogare
e intanto Marta è andata ad iscrivere la bambina dalle Orsoline
E mentre tu continui ad invecchiare lentamente
il mondo gira sempre più veloce e non si può fermare
sei tu che devi accelerare amico lui non ti può aspettare
e questo purtroppo signori è uno dei piccoli difetti dell'industrializzazione
E intanto tu continui ad invecchiare cordialmente
sì cordialmente
con la pacca sulle spalle del tuo bravo direttore
che la pensa esattamente come te sopra i problemi di politica generale
c'è solo un piccolo accento diverso per quello che riguarda
la gravità del problema della disoccupazione: suo figlio ha un
impiego statale e il tuo non trova da lavorare
Ma tu continua pure ad invecchiare, convinto, sì convinto
convinto che il partito è l'unica soluzione
ma che rivoluzione e rivoluzione
è ormai banale quella
la lotta oggi va condotta col partito all'interno delle strutture
perché il partito ti può aiutare 
(perchè il Partito è partito)
perché il partito ti può garantire 
(perchè il Partito è partito)
perché il partito è una conquista sociale 
(perchè il Partito è partito)
perché il partito è un'istituzione 
(perchè il Partito è partito)
ma che rivoluzione e rivoluzione, riforme ci vogliono, riforme
sanitarie, agrarie, tributarie, fiscali, sociali,
per la Rai tv, perchè adesso ce l'hai tu,
perchè adesso ce l'hai tu, prendi pure il cucù,
si, signor Ferri,
Dario Fo,
Dario Fo le riforme,
Ambarabaciccicoccò tre civette sul comò
che facevano l'amore con la gatta del dottore
Ambarabaciccicoccò tre partiti sul comò
che facevano l'amore con la DC del professore
MA CHE RIVOLUZIONE e RIVOLUZIONE...
RIFORME RIFORME RIFORME
coro: "SCEMO, SCEMO, SCEMO..."


By Vasco Rossi, quando era Vasco




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15 marzo 2008

...Allora aprii gli occhi!

Il sole nel deserto è bruciante e sta a cavalcioni del cielo, così vicino alla tua testa che, a volte, ti sembra che alzandoti sulla punta dei piedi potresti toccarlo, scottandoti le dita. E quando fa così caldo bisogna evitare accuratamente le rocce, perché sotto di esse, all’ombra, stanno i serpenti a sonagli, che dormono pigramente avvolti in spire, mentre il sole cerca invano di riscaldare il loro gelido sangue. I serpenti si infuriano facilmente e sono sempre pronti ad attaccare col loro veleno, se per caso vengono disturbati. La gente si comporta pressappoco nello stesso modo. Ciascuno di noi ha la sua roccia privata, sotto la quale si cela e dalla quale ti maledice se per caso ti capita di passargli accanto. Perché siamo come serpenti nel deserto e allontaniamo ciecamente chiunque ci si avvicini.

…le sue parole erano solo il mio veleno che lui ritorceva contro se stesso. Perché, senza saperlo, era passato accanto alla mia roccia segreta. Stavo là nell’insolito calore e splendore del sole, vergognandomi di quel gelo interiore che mi allontanava dagli altri esseri della terra. E senza protestare, permettevo che si servisse del mio veleno per distruggersi. Quando poi l’amara pozione ebbe sortito il suo effetto, me ne andai, lasciandolo solo con la sua piccola anima impaurita… fuggii nel sole caldo per tornarmene al sicuro sotto la mia roccia segreta. Ma ormai l’ombra di quella roccia non mi confortava più, perché la luce vi si insinuava, così come non mi confortava più il freddo, distaccato fluire del mio sangue. E la roccia sembrava rimpicciolirsi, mentre la luce del sole dilagava sempre più. Cercavo di farmi piccola piccola per trovare riparo sotto la superficie  accidentata della roccia. Ma non avevo scampo. Ben presto non vi sarebbe più stata per me una roccia segreta. Il sole diventava sempre più luminoso. Sempre più luminoso…

…allora aprii gli occhi.

A tutti gli amici che mi sono entrati nel cuore e che ho perso lungo la strada

....by Harold Robbins da un romanzo di cui non conosco il titolo


grazie a chi passando di qui mi ha fatto il tifo per me!!!




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31 dicembre 2007

Quest'immagine del mio cammino

Non potrò mai rinunciare a questa sensazione collegata al mio volto, con le mie dita, che esista, lì, una specie di abbacinante esplosione verso la luce, un'irruzione di me medesimo verso altro e di altro verso me, qualcosa di infinitamente cristallino che potrebbe consolidarsi e risolversi in luce totale senza tempo e senza spazio. Come una porta d'opale e di diamante da cui si comincia ad essere ciò che veramente si è e che non si vuole e non si sa e non si può essere. Nessuna novità in questa sete e in questa intuizione, è però una commozione sempre più grande di fronte agli ersatz offertami da questa comprensione del giorno e della notte, quest'archivio di dati e di ricordi, queste passioni in cui vado abbandonando brandelli di tempo e di pelle, quest'indizi che affiorano da profondità lontanissime da quest'altro indizio parziale, sulla mia faccia, previsione ormai collegata alla visione, denuncia di quella falsa libertà con cui mi muovo per le strade e per gli anni.

Il gioco del mondo (Rayuela) - Julio Cortazar

...un regalo per voi...l'autore che più di tutti esprime il mio profondo!

FELICE E CONSAPEVOLE PASSAGGIO VERSO UN 2008 DI LUCE TOTALE SENZA TEMPO E SENZA SPAZIO!!!

Marla


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17 novembre 2007

Finalmente la risposta

Una così nobile sincerità intendo ricambiarla allo stesso modo: io non voglio essere la vostra suora di carità. Può darsi che vada davvero a fare l'infermiera, se non saprò morire opportunamente oggi stesso; ma , anhe se ci andassi, non verrei da voi, anche se voi valete di sicuro quanto qualsiasi storpio o un monco. Mi è sempre parso che mi avreste condotta in qualche luogo dove vive un enorme ragno cattivo, grande come un uomo e che saremmo stati lì tutta la vita a guardarlo e a temerlo. E nel far così sarebbe trascorso il nostro reciproco amore.

Demoni - Fedor Dostoevskij




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2 ottobre 2007

Epigrafe

 Non c'è traccia della strada,
ci siamo persi,
che facciamo?
Un demonio ci conduce e ci porta
in qua e in là
..........................
Quanti sono!
Dove fuggono?
Perchè cantano dolenti?
Seppelliscono un folletto,
o maritano una strega?

A. Puskin

Chissà se indovinate a quale romanzo appartiene  quest'Epigrafe del grande Puskin.





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11 settembre 2007

I dubbi di Adriano Meis

... La coscienza? Ma la coscienza non serve, caro signore! La coscienza come guida non può bastare. Basterebbe forse, ma se essa fosse castello e non piazza, per così dire; se noi cioè potessimo riuscire a concepirci isolatamente, ed essa non fosse per sua natura aperta agli altri. Nella coscienza, secondo me, insomma, esiste una relazione essenziale...sicuro essenziale, tra me che penso e gli altri esseri che io penso. E dunque non è un assoluto che basti a se stesso, mi spiego? Quando i sentimenti, le inclinazioni, i gusti di questi altri che io penso o che lei pensa non si riflettono in me o in lei, noi non posssiamo essere nè paghi, nè tranquilli, nè lieti; tanto vero che noi lottiamo perchè i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre inclinazioni, i nostri gusti, si riflettano nella coscienza degli altri. E se questo non avviene, perchè...diciamo così, l'aria del momento non si presta a trasportare e a far fiorire, caro signore, i germi... i germi della sua idea nella mente altrui, lei non può dire che la sua coscienza le basta. A che le basta? Le basta per viver solo? per isterilire nell'ombra? Eh via! Eh via! Senta; io odio la retorica, vecchia bugiarda, fanfarona, civetta con gli occhiali...
[...]
...un grand'uomo passeggia, cade, batte la testa, diventa scemo. Dov'è l'anima?
Il Signor Anselmo restò un tratto a guardare, come se improvvisamente gli fosse caduto un macigno innanzi ai piedi.
- Dov'è l'anima?
- Sì, lei o io, io che non sono un grand'uomo, ma che pure...via, ragiono: passeggio, cado, batto la testa, divento scemo. Dov'è l'anima?
Il Paleari giunse le mani e, con espressione di benigno compatimento, mi rispose:
- Ma. santo Dio, perchè vuol cadere e batter la testa, caro signor Meis?
- Per un'ipotesi...
- Ma nossignore: passeggi pure tranquillamente. Prendiamo i vecchi che, senza bisogno di cadere e di battere la testa, possono naturalmente diventare scemi. Ebbene, che vuol dire? Lei vorrebbe provare che, fiaccandosi il corpo, si riaffievolisce anche l'anima, per dimostrare così che l'estinzione del'uno importi l'estinzione dell'altra? Mi scusi!...

Il fu Mattia Pascal - Luigi Pirandello




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23 luglio 2007

Riflessioni sulla vita

Affiorano qua e là i graniti dell'inevitabile; dappertutto, le frane del caso. Mi studio di ripercorrere la mia esistenza per ravvisarvi un piano, per individuare una vena di piombo o d'oro, il fluire d'un corso d'acqua sotterraneo, ma questo schema fittizio non è che un miraggio della memoria. Di tanto in tanto, credo di riconoscere la fatalità in un incontro, in un presagio, in un determinato susseguirsi di avvenimenti, ma vi sono troppe vie che non conducono in alcun luogo, troppe cifre che a sommarle non danno alcun totale. In questa difformità, in questo disordine, percepisco la presenza di un individuo, ma si direbbe che sia stata sempre la forza delle circostanze a tracciarne il profilo; e le sue fattezze si confondono come quelle di un'immagine che si riflette nell'acqua. [...] Nulla vale a spiegarmela (la vita): i miei vizi, le mie virtù sono assolutamente insufficenti; vi riesce di più la mia gioia, ma a intervalli, senza continuità, e soprattutto senza un serio motivo. Ma ripugna allo spirito umano accettare la propria esistenza dalle mani della sorte, esser null'altro che il prodotto caduco di circostanze alle quali nessun Dio presieda, soprattutto non egli stesso. Una parte di ogni vita umana, persino di quelle che non meritano attenzione, trascorre nella ricerca delle ragioni dell'esistenza, dei punti di partenza, delle origini. La mia incapacità di scoprirle mi fece inclinare a volte verso le interpretazioni magiche, mi indusse a ricercare nei deliri dell'occulto ciò che il senso comune non mi offriva. Quando tutti i calcoli astrusi si dimostrano falsi, quando persino i filosofi non hanno più nulla da dirci, è scusabile volgersi verso il cicaleccio fortuito degli uccelli, o verso il contrappeso remoto degli astri.

Memorie di Adriano - Marguerite Yourcenar

...E forse una riflessione sulla vita si impone per la necessità di trovare una giustificazione all'imprevidibilità della morte. La ricerca diventa urgente quando certi eventi mostrano squarci di dispiacere che oltrepassano la gioia di vivere. In ogni caso l'esistenza si apre a nuove possibilità nel bene e nel male... Allora cercando di cambiare forma per adattarmi a un nuovo scenario vi saluto affettuosamente ringraziandovi per la vostra dolce presenza! 




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20 giugno 2007

Oppure...

Si limitò a pensare che la vita senza felicità è impossibile.
Che cos'era la felicità?
Sbadigliando, continuò ad aggirarsi
strascinando i piedi, 
avanti e indietro,
fra le pareti della stanza.
Felicità era anelare al futuro - ecco tutto - 
niente di più.
Bramare l'appagamento di un desiderio,
l'appagamento di una passione:
amore, ambizione, odio - si, anche l'odio, senza dubbio.
Amore e odio.
E sfuggire ai pericoli dell'esistenza,
vivere senza paura: ecco ancora la felicità.
Non c'era nient'altro.
L'assenza della paura, 
pensare al futuro con desiderio.

Sotto gli occhi dell'Occidente - Joseph Conrad

 




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30 maggio 2007

E INTANTO I GIORNI PASSANO

Strana corsa verso la felicità:
uno si affida all'impeto del suo cavallo,
un altro al fiuto del suo asino,
un terzo solo alle sue gambe;
il gioco multiforme della vita,
dove tanti uomini puntano la loro innocenza e
persino la felicità ultraterrena
per acchiappare il numero vincente quando,
alla fine, il risultato è nullo e scopri che,
 in palio, non c'era nessun premio.
Uno spettacolo, fratello,
che ti fa venire le lacrime agli occhi e,
al tempo stesso, ti fa scoppiare a ridere.

I Masnadieri - Friedrich Schiller

pensieri che mi capita di fare con un po' di amara tristezza... 




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15 maggio 2007

VARIAZIONE SULLO STESSO TEMA



Un Blasfemo - Alice canta De Andrè

...per quei blasfemi che non credono alle bugie degli uomini, con un ringraziamento speciale a lui che mi ha indicato una delle possibili vie e una dedica a dawor che ama De Andrè e mi legge da quando sono Marla...




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2 maggio 2007

...SE FOSSI UN BLASFEMO

(Dietro ogni Blasfemo c'è un Giardino Incantato)

Mai più mi chinai e nemmeno su un fiore,
più non arrossii nel rubare l'amore
dal momento che Inverno mi convinse che Dio
non sarebbe arrossito rubandomi il mio.
Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino,
non avevano leggi per punire un blasfemo,
non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte,
mi cercarono l'anima a forza di botte.
Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo,
lo costrinse a viaggiare una vita da scemo,
nel giardino incantato lo costrinse a sognare,
a ignorare che al mondo c'e' il bene e c'è il male.
Quando vide che l'uomo allungava le dita
a rubargli il mistero di una mela proibita
per paura che ormai non avesse padroni
lo fermò con la morte, inventò le stagioni.
... mi cercarono l'anima a forza di botte...
E se furon due guardie a fermarmi la vita,
è proprio qui sulla terra la mela proibita,
e non Dio, ma qualcuno che per noi l'ha inventato,
ci costringe a sognare in un giardino incantato,
ci costringe a sognare in un giardino incantato
ci costringe a sognare in un giardino incantato.

Un Blasfemo - Fabrizio de Andrè

...sogni d'oro a tutti voi!




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4 aprile 2007

Lo spirito del tempo

 

 

Uno dei caratteri peculiari del nostro tempo è che le scene più significative sono legate ad attori insignificanti. Soprattutto lo si vede nei grandi uomini: abbiamo l’impressione che si tratti di figure che potremmo incontrare ovunque […]. L’aspetto irritante di questo spettacolo è il legame tra una struttura così modesta e un potere funzionale così enorme. Questi sono gli uomini dinanzi ai quali tremano milioni di persone, dalle cui decisioni milioni di persone dipendono. Eppure bisogna ammetterlo, sono proprio quelle che lo spirito del tempo ha scelto con tocco infallibile, ammesso che tra i suoi diversi aspetti lo spirito del tempo possa assumere anche quello di una grande impresa di demolizione. Tutte queste espropriazioni, uniformazioni, liquidazioni, razionalizzazioni, socializzazioni, elettrificazioni, ricomposizioni fondiarie, ripartizioni e polverizzazioni, non presuppongono né cultura né carattere, che entrambi, semmai, recano danno all’automatismo. In questo paesaggio di officine, dunque, il potere è messo all’incanto e se lo aggiudica colui che dà ali alla propria insignificanza con una forte volontà.

 

Il trattato del ribelle – Ernst Jünger

 

…E allora verrebbe voglia di “passare al bosco”, “varcare con le proprie forze il meridiano zero” ed acquisire per sempre una libertà preziosa…la libertà di dire no

 

Per il momento vi saluto fortemente e festosamente!!!




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20 marzo 2007

PICCOLI AVVERTIMENTI SU UN TERRENO MINATO

Più o meno in quel momento qualcosa di strano cominciò a tormentarmi. Si trattava di questo: avevo dimenticato qualcosa. Prima che arrivasse Dean ero stato sul punto di prendere una decisione, e ora mi era del tutto uscita di mente anche se ce l'avevo sulla punta della lingua della mente. Continuavo a schioccare le dita nel tentativo di ricordare. Ne parlai perfino. Ma non avrei nemmeno saputo dire se si trattasse di una decisione vera e propria o semplicemente di un pensiero dimenticato. Mi ossessionava e mi sbalordiva, mi rendeva triste. In qualche modo aveva a che fare con il Viaggiatore Velato. Una volta io e Carlo Marx ci eravamo seduti uno di fronte all'altro su due sedie, ginocchia contro ginocchia, e io gli avevo raccontato di un sogno che avevo fatto nel quale una strana figura di arabo mi inseguiva attraverso il deserto; avevo cercato di sfuggirgli; alla fine mi aveva raggiunto, proprio prima che arrivassi alla Città della Protezione. "Chi potrebbe essere?" aveva detto Carlo. Ci avevamo pensato su. Io avevo fatto l'ipotesi che si trattasse di me stesso, avvolto in un sudario. Ma non era così. Qualcosa, qualcuno, uno spirito, inseguiva tutti noi nel deserto della vita, destinato a prenderci prima che potessimo raggiungere il paradiso. Naturalmente, ora che ci ripenso, non poteva che essere la morte, che ci afferrerà tutti prima del paradiso. La sola cosa che ci fa spasimare nei giorni della vita, che ci fa sospirare e gemere e ci procura dolci nausee di tutti i tipi, è il ricordo di una felicità perduta, probabilmente sperimentata nell'utero materno, che può riprodursi (per quanto sia odioso ammetterlo) soltanto nella morte. Ma chi può volere la morte? Con tutto quello che ci stava succedendo io continuavo a pensarci in un angolo della mente. Lo dissi a Dean che riconobbe subito quella sensazione come desiderio di morte; e dato che nessuno di noi può pensare di tornare in vita, lui, giustamente, non voleva averci niente a che fare, e io su questo ero perfettamente d'accordo.

Sulla strada - Jack Kerouac

...e non aggiungo altro!




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1 marzo 2007

Con gli occhi alzati al cielo

 

 

Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa. Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino. Nuvole… Corrono dall’imboccatura del fiume verso il Castelli; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se ne vanno stracciate all’avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l’ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati. Nuvole…

Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente, più il niente di me stesso. Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio! Nuvole… Continuano a passare, alcune sono enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due; a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte in un grande isolamento, fredde.

Nuvole… Mi interrogo e mi disconosco. Non ho mai fatto niente di utile, né farò niente di giustificabile. Quella parte della mia vita che non ho dissipato a interpretare confusamente nessuna cosa, l’ho spesa a dedicare versi prosastici alle intrasmissibili sensazioni con le quali rendo mio l’universo sconosciuto. Sono stanco di me oggettivamente e soggettivamente. Sono stanco di tutto e del tutto di tutto. Nuvole… esse sono tutto, crolli dell’altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuiscono; nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti. Nuvole… sono come me, un passaggio sfigurato fra cielo e terra, in balia di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo.

Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.

 

Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares – Fernando Pessoa

 

Dicono che ho uno sguardo inquieto e io lo so, sono molto inquieta. Capita anche che i pensieri di Bernardo Soares siano miei. Poi sorrido e penso a quando, sdraiata su un tappeto di foglie nella casa sul lago, alzo gli occhi al cielo. Vedo Nuvole, inizio a fantasticare come facevo da bambina e allora gioisco. E ancora mi stupisco di essere entrambe le cose...




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13 febbraio 2007

La mia dolce ossessione

Apologia del bacio

Tocco la tua bocca, con un dito tocco l'orlo della tua bocca, la sto disegnando come se uscisse dalle mie mani, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, ogni volta faccio nascere la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna in volto, una bocca scelta fra tutte, con sovrana libertà, scelta da me per disegnarla con la mia mano sul tuo volto, e che per un caso che non cerco di capire coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti disegna.
    Mi guardi, mi guardi da vicino, ogni volta più vicino e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi ingrandiscono, si avvicinano fra loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano tiepidamente, mordendosi con le labbra, appoggiando appena la lingua sui denti, giocando nei loro recinti dove un'aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di affondare nei tuoi capelli, carezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è dolce, se soffochiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo del respiro, questa istantanea morte è bella. E c'è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna nell'acqua.


Il gioco del mondo di Julio Cortàzar

 

A distanza di un anno o poco più, riporto il testo del mio primo post. Cresciuta forse, sicuramente cambiata, ancora una volta però non posso non augururare a me e a chiunque passi da queste parti di poter scivolare, con la stessa intensità, in un bacio profondo come quello descritto da Cortàzar. 




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23 gennaio 2007

IO MI CERCO ANCORA

Dammi il mio giorno;
ch'io mi cerchi ancora
un volto d'anni sopito
che un cavo d'acque
riporti in trasparenza,
e ch'io pianga amore di me stesso.
 
Ti cammino sul cuore,
ed è un trovarsi d'astri
in arcipelaghi insonni,
notte, fraterni a me
fossile emerso da uno stanco flutto;
 
un incurvarsi d'orbite segrete
dove siamo fitti
coi macigni e l'erbe.

Dammi il mio giorno - Salvatore Quasimodo
 
 
 
 
 




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9 gennaio 2007

QUELLE PREZIOSE FOGLIE PER TERRA

Un maestro zen chiese a un suo discepolo di pulire il giardino del monastero. Il discepolo pulì il giardino e lo lasciò in uno stato impeccabile. Il maestro non rimase soddisfatto. Lo rispedì a pulire una seconda volta, e poi una terza. Scoraggiato il povero maestro si lamentò: “Maestro, non c’è più nulla da pulire in questo giardino! E già tutto a posto!”

“Tranne una cosa” rispose il maestro.

Scosse un albero e si staccarono delle foglie, che andarono a cadere per terra.

“Ora il giardino è perfetto” concluse.

 

Esiste un aspetto ordinario della mente che permette all’intelletto di lavorare nell’ordine, e un aspetto disordinato che permette all’inconscio di manifestarsi. L’ordine perfetto esiste solo accanto al disordine. L’ordine totale in un giardino uccide il giardino.

 

Il dito e la luna – Alejandro Jodorowsky

 

CAPIRE COME PULIRE IL NOSTRO GIARDINO...Lezione da non trascurare!




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29 dicembre 2006

PER QUESTO 2007...

Ti invito al viaggio
in quel paese che ti somiglia tanto.
I soli languidi dei suoi cieli annebbiati
hanno per il mio spirito l'incanto
dei tuoi occhi quando brillano offuscati.
Laggiù tutto é ordine e bellezza,
calma e voluttà.
Il mondo s'addormenta in una calda luce
di giacinto e d'oro.
Dormono pigramente i vascelli vagabondi
arrivati da ogni confine
per soddisfare i tuoi desideri.
Le matin j'écoutais
les sons du jardin
la langage des parfums
des fleurs.

Invito al viaggio - Manlio Sgalambro, Franco Battiato

Perchè il vostro viaggio sia in quel posto che vi somiglia tanto, dentro l'anima, rivolto al vostro cammino interiore, con l'augurio che il 2007 accresca lo spirito e dia la possibilità di far emergere le vostre migliori inclinazioni...

Marla




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18 dicembre 2006

QUANDO I GATTI METTONO PAURA

“C’è qualcuno sulla scala” mormorò. “Chi può venire da quella parte?” La giovane non rispose. Tutti e due pensavano all’annegato, mentre un sudore freddo imperlava le loro tempie. Si rifugiarono in fondo alla camera, aspettando di vedersi aprire la porta da un istante all’altro e di sentire il cadavere di Camillo piombare sull’impiantito. […] Poi un miagolio si fece sentire. Lorenzo avvicinandosi riconobbe il gatto della signora Raquin che era stato chiuso per errore dentro la stanza e che ora cercava di uscire fregando le zampe sulla porta. Il gatto ebbe paura di Lorenzo; d’un balzo saltò sulla sedia, con il pelo erto, le gambe tese, guardando il nuovo padrone con uno sguardo crudele e fisso. Il giovane non amava i gatti. E quello, in particolare, quasi lo spaventava. In quel momento di febbre e di terrori credette che il gatto stesse per balzargli contro per vendicare Camillo. Quella bestia doveva indubbiamente conoscere ogni cosa: aveva dei pensieri nei suoi occhi rotondi, stranamente dilatati. […] “Camillo è certo entrato in questo gatto”, pensò “Bisogna che uccida questa bestia… Ha l’aria di una persona.” Non gli diede un calcio nel timore di sentire il gatto parlare con la voce di Camillo. Poi si ricordò delle frasi scherzose dette da Teresa al tempo dei loro amori, quando avevano testimoni dei loro baci proprio il gatto. Allora pensò che questa bestia sapeva ormai troppe cose e che sarebbe stato forse meglio farle fare un volo dalla finestra. Ma non ebbe il coraggio di attuare il suo proposito. Il gatto persisteva nel suo atteggiamento bellicoso: con le unghie completamente erette, il dorso curvo e fremente di irritazione, osservava minuziosamente i movimenti del suo avversario. Lorenzo fu turbato dal lampeggiare metallico di quello sguardo e si affretto ad aprire la porta della sala da pranzo; il gatto sgattaiolò fuori emettendo un acuto miagolio.

 

Teresa Raquin – Emile Zola

 

Attenti ai gatti… possono conoscere i vostri segreti!




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4 dicembre 2006

RINASCITA...

...A tutte le donne che sanno riconoscere la loro Natura Selvaggia

 

Ero un’esteta più che un’atleta e il mio unico desiderio era di essere un’estasiata vagabonda. Alle sedie e ai tavoli preferivo la terra, gli alberi e le caverne, perché là io sentivo di potermi appoggiare alla guancia di Dio. […] I fuochi dovevano essere accesi nel bosco di notte, e le storie dovevano essere raccontate lontano dalle orecchie degli adulti. Ho avuto la fortuna di crescere nella Natura. Dai fulmini seppi della subitaneità della morte e dell’evanescenza della vita. Le figliate dei topolini mostravano che la morte era raddolcita da una nuova vita. Quando dissotterrai delle «perle indiane», trilobiti sepolti nella terra, compresi che la presenza degli esseri umani risaliva a molto, molto tempo prima. Appresi la sacra arte dell’ornamento adornandomi il capo con delle manaidi, usando le lucciole come gioielli notturni e le rane verde smeraldo come braccialetti. Una lupa uccise il suo cucciolo ferito a morte; insegnò la compassione dura, e la necessità di permettere alla morte di andare al morente. I bruchi pelosi che cadevano dai rami e faticosamente risalivano strisciando insegnavano la determinazione. Il loro solletico quando mi passeggiavano sul braccio m’insegno come la pelle può risvegliarsi e sentirsi viva. Arrampicandomi sulla cima degli alberi appresi come il giorno avrebbe potuto essere il sesso. […] Così come tante donne prima e dopo di me, ho vissuto la mia vita come una creatura travestita. Come amiche e parenti, mi sono pavoneggiata barcollando sui tacchi a spillo, e ho indossato l’abito buono e il cappello per andare in chiesa. Ma la mia favolosa coda spesso spuntava sotto l’orlo e le orecchie si contraevano tanto da farmi ricadere il cappello sugli occhi. Non ho dimenticato il canto di quei giorni oscuri, hambre de alma, di fame dell’anima. Ma neanche ho dimenticato il gioioso canto hondo, il canto profondo, le parole che tornano a noi quando facciamo opera di rivendicazione con l’anima.

 

Donne che corrono coi lupi – Clarissa Pinkola Estès




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15 novembre 2006

FRAMMENTI DI UN'ALTRA ME

É successo ieri un'altra volta, io stanchissima di braccialetti e di chiacchiere [...] ieri notte è accaduto di nuovo, sentirla e l'odio.
A volte so che ha freddo, che soffre, che la battono. Posso solo odiarla tanto, aborrire le mani che la gettano a terra e anche lei, lei ancor di più perchè la battono, perchè sono io e la battono. [...] Non è che senta qualcosa. So solamente che è così. [...] E resisto bene perchè sono sola tra queste persone senza senso, e non ne sono tanto disperata. [...] É peggio, quando vengo a sapere qualcosa di nuovo su di lei e intanto sto ballando con Luis María e lo bacio o solamente sono accanto a lui. Perché io, quella lontana, non è amata. [...] E allora devo dire a Luis Maria che non mi sento bene, forse l'umidità, l'umidità di quella neve che non sento e che mi sta entrando nelle scarpe.[...] Qualche volta è tenerezza, un'improvvisa e necessaria tenerezza per quella che non è regina e vaga non so dove. [...]Andare a cercarmi. Dire a Luis María "Sposiamoci e portami a Budapest, su un ponte dove c'è neve e qualcuno". E dico: e se ci sono? (Perché penso tutto con il segreto vantaggio di non volerlo credere fino in fondo. E se ci sono?) [...]
Alina Reyes de Aráoz e suo marito arrivarono a Budapest il 6 aprile e alloggiarono al Ritz. Questo due mesi prima del loro divorzio. [...] (Alina) arrivò al ponte [...] e all'improvviso un desiderio di tornare indietro, di tornare alla città conosciuta. Al centro del ponte desolata la donna cenciosa dai capelli neri e flosci aspettava con qualcosa di fisso e di avido sulla faccia obliqua, nella contrazione delle mani che pure già si tendevano. [...] (Alina) tese a sua volta le mani, rifiutandosi di pensare e la donna del ponte si strinse contro il suo petto ed entrambe si abbracciarono rigide e mute sul ponte, con il fiume sbriciolato contro i pilastri.[...] Stringeva la donna magrissima, sentendola intera e assoluta dentro il suo abbraccio, con un crescendo di felicità simile a un inno, a un liberarsi di colombe, al canto del fiume. Chiuse gli occhi nella fusione totale. […] Le parve che una delle due dolcemente piangesse. Doveva essere lei perché sentì le guance bagnate, e lo zigomo dolerle come se vi avesse ricevuto un colpo. Anche il collo, e all’improvviso le spalle, incurvate da innumerevoli fatiche. Quando aprì gli occhi (forse gridava già) vide che si erano separate. Adesso si, gridò. Di freddo, perché la neve le stava entrando nelle scarpe rotte, perché in direzione della piazza Alina Reyes si stava allontanando graziosissima nel suo tailleur grigio, i capelli leggermente sciolti al vento, senza voltarsi e andandosene.

 

Lontana – (Bestiario) Julio Cortázar


 




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6 novembre 2006

GENEROSA AVARIZIA

Grandet prese una grossa pagnotta rotonda, ben infarinata, modellata in una di quelle ceste piatte che nell’Angiò si usano per panificare e stava per tagliarla, quando Nanòn gli disse: “Oggi siamo i cinque signore.” “È vero” rispose Grandet “ma la pagnotta pesa sei libbre, ne avanzerà. Del resto, i giovanotti di Parigi, lo vedrai, non mangiano pane.” “E che,” disse Nanòn “mangiano solo il lecchetto?” Il lecchetto, parola del lessico popolare, indica ciò che si accompagna al pane, da burro spalmato, lecchetto volgare, fino alle marmellate di pesca duracina, il più raffinato dei lecchetti; e tutti coloro che da bambini hanno leccato il lecchetto  e lasciato il pane capiranno tutto il significato della parola. […]

“Bisogna che vada dal macellaio.” “Non ce n’è bisogno; fai brodo di gallina, te la daranno i fittavoli. Dirò a Cornoiller di uccidere dei corvi. È una selvaggina, quella, che fa il miglior brodo del mondo.” “É vero, signore, che i corvi mangiano i morti?” “Sei una stupida, Nanòn! Mangiano, come tutti, quello che trovano. Forse che anche noi non viviamo di morti? Che altro sono le eredità?” […]

Dopo aver trafficato per due ore, durante le quali Eugenie interruppe venti volte il lavoro per andare a veder bollire il caffè, per andare a sentire se il cugino si stesse alzando, ella riuscì a preparare una colazione molto semplice, poco costosa, ma che si scostava di gran lunga dalle abitudini inveterate della casa. La colazione di mezzogiorno veniva consumata in piedi. Ognuno prendeva un pezzo di pane, un frutto o un po’ di burro, e un bicchiere di vino. Guardando la tavola sistemata accanto al fuoco, la poltrona accanto al coperto del cugino, guardando i due vassoi di frutta, il porta-uovo, la bottiglia di vino bianco, il pane, le zollette di zucchero ammucchiate in un piattino, Eugenie fu scossa da un tremito allorché le venne fatto di pensare, e solo allora, alle occhiatacce che le avrebbe lanciato il padre se fosse rientrato in quel momento. Non faceva quindi che guardare la pendola per calcolare se il cugino sarebbe riuscito a fare colazione prima del ritorno del brav’uomo. […] Charles alla fine scese. […] “Dovete aver fame, cugino mio,” disse Eugenie; “ mettetevi a tavola” “Non faccio mai colazione prima di mezzogiorno, cioè quando mi alzo. Tuttavia, il viaggio è così cattivo che farò uno strappo alla regola. Del resto…” Tirò fuori dal taschino il più delizioso orologio piatto che Bréguet avesse mai fabbricato. “Toh, ma sono le undici, sono stato mattiniero.” “Mattiniero?” disse Mme Grandet. “Si, il fatto è che volevo sistemare le mie cose. E va bene, mangerò volentieri qualcosa, un nonnulla, un pollo, una pernice.” “Santa vergine!” esclamò Nanon udendo quelle parole. “Una pernice,” ripeteva tra sé Eugenie che sarebbe stata disposta a pagare una pernice con tutto il suo peculio. […] “Ecco mio caro signore,” disse Nanon portando le uova, “le daremo dei polli alla coque.” “Oh! Uova fresche,” disse Charles, che, come tutte le persone abituate al lusso, non pensava già più alla sua pernice. “Ma è una delizia! Non avreste per caso del burro, ragazza mia!” “Ah! Del burro! Allora rinunciate alla focaccia?” disse la domestica. “Insomma, Nanon, porta il burro!” esclamò Eugenie.

 
Eugenie Grandet - Honorè de Balzac

 




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25 ottobre 2006

LA VERITA' DEI SOGNI

Continuo il mio viaggio nel sogno e dedico un testo del Maestro a lei che ha aperto il dibattito e ama come me le sue parole!

Ci si risveglia ancora in questo corpo attuale
dopo aver viaggiato dentro il sonno.
L'inconscio ci comunica coi sogni
frammenti di verità sepolte:
quando fui donna o prete di campagna
un mercenario o un padre di famiglia.

Per questo in sogno ci si vede un pò diversi
e luoghi sconosciuti sono familiari.
Restano i nomi e cambiano le facce
e l'incontrario: tutto può accadere.
Com'era contagioso e nuovo il cielo....
e c'era qualche cosa in più nell'aria.

Vieni a prendere un tè
al "Caffè de la Paix"?
Su vieni con me.

Devo difendermi da insidie velenose
e cerco di inseguire il sacro quando dormo
volando indietro in epoche passate
in cortili, in primavera.
Le sabbie colorate di un deserto
le rive trasparenti dei ruscelli.

Vieni a prendere un tè
al "Caffè de la Paix"?
Su vieni con me.

Ancora oggi, le renne della tundra
trasportano tribù di nomadi
che percorrono migliaia di chilometri in un anno...
E a vederli mi sembrano felici,
ti sembrano felici?

Caffè de la paix - Franco Battiato





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13 ottobre 2006

SOGNO, REALTA’ e…

Mi capita spesso di riflettere sul rapporto tra sogni e realtà soprattutto per il fatto che la mia vita onirica è molto ricca. Incubi di dubbia collocazione invadono il mio letto facendomi spesso ritrovare aggrappata al comodino come a un salvagente in pieno oceano. Annaspo verso il frigorifero alla ricerca di un bicchiere di latte e mentre cammino al buio mi ritrovo dentro una fredda grotta con strani rumori. Sto ancora sognando, urlo e mi risveglio. E così all’infinito… Spero questa sia la volta buona. Si, ci sono! Davanti al pc scrivo il mio post…

…È perciò con immenso piacere che accetto l’invito di Akiko e partecipo allo spinoso dibattito da lei aperto, ispirato da Kurtz e "moderato" da Sogni. Lo farò naturalmente seguendo la natura letteraria di questo blog e suggerendovi di leggere quanto sotto

Lettura dei sogni

Pur conservando le idee confuse riguardo al mio cuore, mi rimisi al mio lavoro di Lettore di Sogni. L’inverno avanzava, e non potevo rimandare oltre il tempo di rispondere. Concentrandomi nella lettura, perlomeno dimenticavo temporaneamente il senso di perdita che mi portavo dietro.

Più sogni leggevo, però, più cresceva in me una sensazione di impotenza di natura diversa. Per quanto mi sforzassi, non capivo quale messaggio avrebbero dovuto trasmettermi. Riuscivo a decifrarli, ma non a interpretarli. Era come recitare giorno dopo giorno delle frasi di cui non coglievo il significato. Come guardare l’acqua del fiume scorrere via. Non arrivavo a nessun risultato. Anche perfezionare la tecnica di lettura non mi era servito a nulla. Avevo aumentato il numero dei sogni che riuscivo a leggere, ma l’inanità di continuare in quella impresa era cresciuta in proporzione. Normalmente una persona, quando vuole ottenere un progresso, è in grado di compiere lo sforzo necessario, ma io no, non avanzavo in nessuna direzione.

"Non capisco proprio che significato possa avere tutto questo", mi sfogai con la ragazza. "Una volta mi hai detto che leggere i vecchi sogni nei teschi era il mio compito. Ma è un’azione che passa soltanto attraverso il mio corpo. Non riesco a comprenderne nemmeno uno di quei sogni, anzi, più ne leggo, più mi sento logorato."

"Dici così, però continui come se fossi sotto l’influsso di qualche incantesimo. Mi chiedo perché."

"Non lo so", risposi scuotendo la testa. Era vero chi mi concentravo nel lavoro per soffocare il senso di perdita, però mi rendevo conto io stesso che questo non poteva essere il solo motivo. Aveva ragione lei, sprofondavo nella lettura di quei sogni come stregato da qualcosa.

"Mi domando se non sia un problema tuo", aggiunse la ragazza.

"Un problema mio?"

"Penso che tu debba aprire di più il tuo cuore. Io non ci capisco granché in fatto di cuore, ma ho l’impressione che il tuo sia ostinatamente chiuso. I vecchi sogni chiedono di essere letti da te, quindi tu dovresti cercare di comunicare con loro."

"Perché pensi così?"

"Perché leggere i vecchi sogni significa proprio questo. Come gli uccelli se ne vanno a sud o a nord quando viene la stagione di farlo, il Lettore di Sogni deve continuare a leggere i sogni."

La ragazza protese la mano verso il tavolo e la posò sulla mia. Poi sorrise. Il suo sorriso mi sembrò una tenera luce primaverile che filtrasse attraverso le nuvole.

"Apri di più il tuo cuore, non sei prigioniero. Sei un uccello che vola nel cielo alla ricerca di sogni."

La fine del mondo e il paese delle meraviglie – Haruki Muratami

Vorrei essere un uccello che vola alla ricerca di sogni, usarli per una più chiara lettura della mia realtà. Mi rendo conto però che ascoltare il cuore coincide con la capacità di "essere presenti a se stessi", conoscersi a fondo. Difficile, molto difficile. Molto più spesso passiamo da uno stato di sonno cosciente a uno stato di veglia, in cui continuiamo a dormire. Volete che vi racconti un altro sogno? Impossibile. E allora decido di chiudere il mio post con un brano che farà molto piacere a Kurtz e che lo riguarda da vicino

Mi sembra di star cercando di raccontarvi un sogno – sforzo inutile, perché il racconto di un sogno non potrà mai dare la sensazione del sogno: quel miscuglio di assurdità, sorpresa e sbalordimento in un fremito di rivolta affannosa, quel sentirsi in balia dell’incredibile, che costituisce la più vera essenza del sogno… […] – No, è impossibile comunicare ad altri quel che proviamo dentro di noi in un momento qualsiasi della nostra vita – ciò che ne costituisce la verità, il significato – la sua sottile e penetrante essenza. Impossibile. Si vive come si sogna: soli…

Cuore di tenebra – Joseph Conrad

Troppo dark? Spero proprio di no!

Vostra affezionata

Marla




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